IL NOSTRO IMPORTANTE MAESTRO LIGUSTRO
Come gli studiosi di xilografia giapponese sanno, l’espressione nishiki-e (stampe di broccato) non ha alcuna relazione con i tessuti, tranne il fatto che, al loro apparire nella prima metà del decennio 1760, le stampe policrome - questo è il significato ultimo di nishiki-e - richiamavano agli occhi della gente la ricca varietà di colore dei broccati.
Orbene, esiste una produzione di nishiki-e, di incisioni policrome su matrici lignee, nata sulla Riviera Ligure. Il singolare artista che ha dato origine ad una tale produzione è Giovanni Berio, o Ligustro, secondo il geimei (nome d'arte) che egli stesso ha scelto e che compare nella trascrizione ideografica di Rigu (Strumento-utile) a margine delle sue stampe .
Un acuto spirito di osservazione è alla base dell'esperienza artistica di Ligustro: guardando le stampe giapponesi e non fermandosi al solo lato estetico, egli ha ricercato, letto, analizzato le varie fasi di riproduzione, indi ha compiuto non facili studi su carta, legni, attrezzi di lavoro - ridotti a pochi essenziali, talora creati ex novo - e tecniche. La sperimentazione ha, infine, sopperito alle tante zone d’ombra lasciata dai libri sull’Ukiyo-e, libri che poco o punto trattano degli aspetti tecnici.
All'attività artistica il nostro ha affiancato, da due anni a questa parte, una attività didattica, per cui si può ormai affermare l’esistenza, in Italia, di una scuola di xilografia policroma. Avendo avuto modo di assistere ad alcune lezioni, ho percepito l’entusiasmo da Ligustro profuso nell'insegnamento, ho visto lavori prender forma e completarsi, ho seguito le fasi operative attraverso le quali passa la produzione di una stampa. Eccole in breve.
Si procede eseguendo il disegno su carta mino (gr/mq 10). Tale disegno preparatorio - in giapponese è detto shita-e (sotto-disegno) - viene incollato, sul recto, sopra una tavola di legno tagliato di filo; i legni sono quelli tradizionalmente impiegati nella xilografia europea: il pero, il sorbo e il bosso, mentre i Giapponesi utilizzavano il ciliegio selvatico, tagliato di testa.
Quando la carta ha ben aderito - Ligustro passa dell’olio perché il legno assorba meglio il disegno - seguendo i contorni dell'immagine, visibili in trasparenza, si incide la tavola, provvedendo a scavare ed a scalzare, mediante mazzuolo, scalpello, lancette e bulini, le parti inservibili, si da lasciare in rilievo le sole linee del contorno. Si ottiene così la matrice di base, da cui trarre stampe monocrome.
Ma il lavoro per avere le nishiki-e è soltanto all’l’inizio. Sarebbe necessario incidere altrettante matrici quanti sono i colori voluti, però Ligustro ha apportato delle modifiche tese a semplificare ed a sveltire l’impresa, così come, nelle fasi operative precedenti, aveva pure introdotto delle innovazioni rispetto al procedimento antico. Infatti, ad esempio, lo spessore della matrice era stato ridotto, provvedendo ad incollare la tavoletta su un blocco di truciolato - in tal modo, viene assicurato il risparmio di legno e, quindi, il contenimento delle spese - ed anziché i pennelli di vario tipo, nell'inchiostratura viene usato, almeno per superfici abbastanza estese, il rullo. Grazie dunque ad una precisa messa a registro ed a nuovi accorgimenti, l'intaglio dei successivi clichés per i colori - uno per tinta, come già detto - può essere limitato alle parti volute, non è necessario, perciò, inciderne per intero degli altri.
La stampa è ottenuta collocando il foglio sulla matrice inchiostrata ed esercitando una pressione con moto ad un tempo circolare ed ascendente-discendente usando il baren, un tampone di corda che Ligustro fabbrica da sé, in formati diversi. Particolare attenzione e cura viene messa in questa fase che l'artista considera come la più delicata del processo: la stampa, non il disegno, né l'intaglio.
Questo sommariamente descritto è il procedimento generico per ogni incisione.
Ma Ligustro, che ha sperimentato tutte le carte – dalla masa (gr/mq 40, composta in prevalenza da gelso e pure da bambù e da altre fibre), la più comune, alla hōsho (gr/mq 90, carta per diplomi, senza rigatura), la più pregiata - che ha sperimentato tutti i formati - dallo shikishiban (quadrato, cm. 21 x 18), il più usato nei surimono, al tanzakuban (cartiglio per poesie, cm. 34 x 7), allo hashira-e (pilastro, cm. 66 x 12), il più giapponese, ai polittici - che già ha portato la policromia a livelli insperati - fino a cento e più impressioni - si è impadronito - ed anche in tali casi la via dell’'apprendimento è stata quella. della sperimentazione - delle raffinatezze estreme dell'Ukiyo-e: kōhonzuri (stampa su seta), bokashi (gradazione del colore), kirazuri (uso della mica), karazuri (goffratura in rilievo), kimekomi. (goffratura in cavo) – queste ultime ottenute, ancora una volta, con innovazioni personali, per quanto il nostro non abbia esitato ad usare il gomito, more japonico – sumi-nagashi (effetto dell'inchiostro corrente, conseguito immergendo il foglio in una soluzione di acqua ed inchiostro).
Colori e relativi abbinamenti, mescolanza e composizione, sono già nel pensiero, secondo il metodo di far sbocciare il bambù dentro di sé, prima ancora di tracciarlo; ciò non toglie che, come anche i Giapponesi, Ligustro possa apportare delle modifiche di colore nelle tirature successive: ecco dunque l'alternarsi di prima sera, sera inoltrata, notte profonda, su tre esemplari di una medesima incisione. E' il caso, ad esempio, della stampa ispirata ad una poesia di Mario Novaro (1868-1944), stampa di cui sono state tirate tre edizioni diverse.
Non meraviglia che il genere più congeniale all'artista imperiese sia quello dei surimono, lo stesso dei preziosismi xilografici nipponici. Nati nell'era Meiwa (1764-1772), i surimono (lett."cose stampate") erano stampe a tiratura limitata, eseguite su carta pregiata, dietro ordinazione, il più delle volte con aggiunta di goffrature e di polvere di mica, nonché di poesie più o meno connesse con l’immagine. Tali caratteristiche, committenze a parte - finora relegate nell'ambito degli ex libris - si ritrovano nei lavori di Ligustro. Osserviamone alcuni.
La giuliva rivoluzione terrestre de Il mio mondo testimonia una simpatia per le forme tondeggianti - si vedano, su altre incisioni, palloncini, dischi solari, lune, etc. - forme sempre tracciate a mano, senza l'ausilio di compasso. Esse tornano, facendo cornice, in Yin e Yang - o Festa del mare - ove l'alternanza dei due principi fondamentali si trova sparsa per tutta la stampa: pioggia e sereno, sole e luna, mattino e sera, rabbia e calma, etc.
Prodotto di sicura intuizione è La rana, poiché soltanto in un secondo tempo, ad incisione terminata, Ligustro scoprì l'episodio di Orno-no-Tōfū, il nobile convinto a rimanere a corte dalla perseveranza di un batrace. E, per rimanere nel campo faunistico, una miriade di variopinte farfalle svolazza da foglio a foglio. Tra le raffigurazioni di paesaggi è la xilografia più laboriosa ed elaborata: Le logge di S. Chiara.
Genere strettamente legato ai surimono era quello degli e-goyomi (calendari illustrati). Benché l'origine di questi ultimi risalga alla fine del 1600, il loro periodo di fioritura corrisponde a quello dei surimono: 1765-1840. Il computo del tempo era affare governativo e le autorità provvedevano ad informare il popolo delle varie ricorrenze, ma con scarso preavviso. Cosi, nel 1765, alcuni ricchi mercanti decisero la pubblicazione di stampe-calendario - di stampe, cioè, con le indicazioni dei mesi - da distribuire ai sottoscrittori. Data l'importanza e la rarità della cosa, le stampe furono realizzate nella neonata tecnica policroma - subito diffusasi a tutti i generi della xilografia giapponese - la varietà dei colori ben figurando in opere per loro natura raffinate, quali surimono ed e-goyomi.
Ligustro ha composto una serie in dodici stampe - una per ogni mese dell'anno - diverse, stricto sensu, dalle stampe-calendario giapponesi di un tempo, ma gli è che la situazione è oggi completamente diversa: l'alternanza di mesi lunghi e brevi - cosi come avveniva nell'antico lunario cinese - non ha presso di noi alcun valore, tranne che per gli orientalisti e gli studiosi di astronomia. Scomparsa la funzione pratica, la serie mantiene quella di calendario artistico, partecipando degli e-goyomi e delle figurazioni medioevali dei Mesi. La stampa dedicata a Novembre, qui riprodotta è forse quella di impostazione più europea, mentre nelle altre la simbiosi di Oriente ed Occidente si compie con effetti piacevoli: la stampa di Gennaio - ove appare un tsuitate (paravento rigido) in un interno occidentale - le stampe di Marzo, Luglio, Agosto - con il richiamo alla hotaru-gari (caccia alle lucciole), passatempo nelle serate estive - e Ottobre. Del resto, detta simbiosi - appieno realizzata, o suggerita, o vagamente intuita, o inconscia - forma il Leitmotiv della produzione di Ligustro.
Mi piace concludere citando Arcobaleno di luce e Arcobaleno di farfalle, incisione che prende lo spunto da un haiku (epigramma in diciassette sillabe) di Uchida Sono; in essa l'artista tende fra la cultura nostra e la cultura giapponese il "Ponte fluttuante del cielo" – Amë nö uki-pasi - secondo i canoni di un nuovo mito.
Adriano Vantaggi
Genova, Febbraio 1990
RICERCHE CULTURALI INTERNAZIONALI, sal. S.Caterina 4
(Prof. Adriano Vantaggi, nato a Genova nel 1949 dove vive e lavora. Ha vissuto in Giappone dal 1973 al 1975 con borsa di studio del Ministero della Pubblica Istruzione. Si è laureato in lingue e civiltà orientali presso l’Istituto Orientale di Napoli e tra i migliori allievi del Prof. Adolfo Tamburello. E’ un “Yamatologo” molto quotato. Già consulente del Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova, autore di numerose pubblicazioni e traduzioni dal giapponese. Accanto ad altri studi, si dedica da anni allo studio della storia dell’antica xilografia giapponese. Collabora inoltre con associazioni culturali dedite all’insegnamento delle arti, della storia e della letteratura orientali)
DOMENICHE NEL PONENTE LIGURE
Di Angela Merlo
Ottobre: Oriente-Occidente
Oneglia. Via Des Geneys. Una via come tante con porte che si aprono sulla strada. Una di queste porte si schiude su un mondo magico. Come si può definire il luogo dove lavora Ligustro?
Studio? No, troppo sussiegoso.
Bottega artigiana? No, perché qui si crea arte.
Biblioteca? No, ci sono moltissimi libri ma non è una biblioteca.
Magazzino? Neanche perché, pur essendoci accatastate scatole e cartelle, non è un magazzino. Cos'è allora?
Io lo definisco un antro dove dimora la creatività, la bellezza, la cultura e sovrintende a tutto questo uno spirito indipendente, libero che è appunto Ligustro.
Finalmente oggi ci sono venuta in questo luogo e per due ore, tanto ci sono rimasta, ho attraversato mondi lontani: il Giappone, l'Asia, la loro storia, la loro filosofia, il loro modo di concepire la vita, il tempo.
Si è parlato anche del nostro tempo deteriorato, così poco incline alla quiete, alla bellezza.
Quest'anno ricorre il centesimo anniversario del movimento futurista che inizia col manifesto di Marinetti pubblicato sul Figaro nel 1909.
Si proponeva la rottura col tradizionalismo e si prendeva come simbolo la macchina .
Che fa Ligustro per questo anniversario? Ispirandosi alla "quiete" di Bashō, a una poesia del poeta persiano Hafez nato a Ciraz "la rosa" e ad un'altra poesia dedicata alla donna, compone un'incisione dal titolo "La quiete di un futurismo luminoso".
Veramente tutto è luminoso in questa incisione: la donna, le rose, le farfalle e bellissimi sono i colori con le lacche che danno corposità al disegno. Questa è la poesia sulla rosa del poeta Hafez:
Ero perso con lo sguardo verso il mare Ero perso con lo sguardo nell'orizzonte tutto e tutto appariva come uguale; poi ho scoperto una rosa in un angolo di mondo ho scoperto i suoi colori e la sua disperazione di essere imprigionata fra le spine, non l'ho colta ma l'ho protetta con le mie mani, non l'ho colta ma con lei ho condiviso e il profumo e le spine. Tutte quante. Ah, stenderei il mio cuore come un tappeto sotto i suoi passi, ma temo per i tuoi piedi le spine di cui lo trafissi.
Un sua incisione, esposta a Berlino, in occasione del crollo del muro, è stata ora esposta all'Archivio Centrale di Stato di Roma.
Sullo sfondo in azzurro ci sono i contorni delle nazioni coperte da un elmo greco-romano, uno austro-ungarico e uno islamico e dietro le ossa che in alto ben definite mentre scendono diventano sempre più bianche fino a sbiadire in un bianco polveroso.
Un'idea geniale per far capire cos'è il potere. Sta facendo anche copie identiche a quelle di Hiroshige - le campanule. La sua arte continuerà attraverso Edhèra pittrice e sua allieva. Ho visto una sua incisione molto significativa. È raffigurato Ligustro, vestito di un kimono e voltato all’indietro come uno che se ne va, ma lascia dietro di sé la bellezza. C'è un grande sole con strisce più scure che lo attraversano. Anche in questo lavoro bellissimi colori e lacche. Questa incisione è stata ispirata da uno scritto di un poeta inglese Swinburne che stanco del giapponesismo imperante in una sua poesia scrive: "Vattene, farfalla, torna in Giappone".
Il titolo dell'incisione di Edhèra è significativo: "il ritorno delle farfalle".
La bellezza non può scomparire, ci sarà sempre qualcuno che ce la farà amare.
Con lo stesso titolo ha fatto un'incisione anche Ligustro, di forma ovale e un'altra più semplice e insolita: "lui che se ne va".
Tornando in treno guardavo il mare; questo mare Mediterraneo intorno al quale sono fiorite splendide civiltà, ricchezza per il mondo di cultura e di bellezza. L'uomo fa grandi progressi nella scienza, ma meno si cura dell'arte e della poesia.
Giuseppe Conte in un articolo sul poeta arabo Adonis scrive: "Bellezza, vino, eros, poesia (e io aggiungo bellezza).
Ecco le risposte alla barbarie, alla violenza cieca dei potenti.
La poesia (e la bellezza) resiste e rivive, ritorna con una sua nuova energia confondendo i confini tra oriente ed occidente, in nome di quanto c'è di più umano (e più divino) “nell'uomo".
In Ligustro Oriente e Occidente si incontrano in un "Futurismo luminoso".
Comunicazione
Se questa è l'era della comunicazione come vorrei tornare indietro di secoli quando la parola aveva un preciso significato e un uso limitato e pensato. Penso ai tempi della posta portata da una diligenza.
Immaginate la gioia nel ricevere una lettera, aprirla con trepidazione, leggerla, rileggerla in attesa di riceverne un'altra!
Non era meglio leggere le notizie di quello che succedeva nel mondo su un giornale?
C'era tempo di esaminarle e approfondirle con la propria ragione e le proprie idee.
Che ne dite delle migliaia di notizie che ci sommergono dal video?
Per scuoterci oramai devono esserci almeno migliaia di morti o toccarti nelle nostre sicurezze. Di quelli che non conosciamo o sono di paesi poveri che ce ne importa?
Le notizie scivolano su di noi come acqua che scorre su un vetro o come dicono i francesi "Comme une auguille qui glisse sur la roche". Orbene, viviamo nel 2000 e si comunica con tutto: posta, computer, televisione, video e soprattutto con il telefonino - portable per i francesi infatti si porta appresso come una parte di noi stessi; ci sono cinture con annesso portatelefonino, tipo cintura da cow-boy con porta pistola, ce n'è un altro che attraversa il petto, un po' come le madri dell'Africa o dell'Asia che si portano il bambino sul petto o sulla schiena e molti altri modelli che sapete anche voi meglio di me che non sono molto ferrata sulle mode.
Direte: "Questa ha certamente un'età avanzata, per questo ce l'ha col telefonino".
E’ vero ho un'età avanzata ma non ce l'ho con questa invenzione che, come tutte le invenzioni, è molto utile se usata bene.
Ce l'ho con l'uso sconsiderato che se ne fa.
Vi spiego perché, ma per spiegarvelo dovrò riferire alcune mie esperienze.
Se volete capire perché ce l'ho col telefonino andate su un mezzo pubblico.
La mia esperienza l'ho fatta in treno. Mese di luglio.
Parto un pomeriggio per Mondovì. Fa caldo, treno stracolmo tanto da non poter quasi salire, infatti rimango in piedi addossata alla porta dei servizi con la valigia stretta tra le caviglie perché in quell'ammasso non si volatilizzi.
Vicino a me c'è un giovanotto col telefonino pressochè costantemente all'orecchio.
Ogni tanto parla, ogni tanto ascolta, ogni tanto maledice, qualche volta bestemmia perché nelle gallerie cade la linea.
Rifà il numero, parla, cade la linea, maledice e questo fino a Mondovì dove, fortunatamente, scendo e ad accogliermi c'è una piazza alberata e un taxi che mi porta a Fiamenga tra campagne e boschi.
Resterò tre giorni e potrò godermi il silenzio, le voci della campagna, la compagnia di amiche, anch'esse col telefonino che però usano pochissimo e con discrezione lontano dagli altri.
Mese di agosto.
Ho ospiti in casa mia.
Tre ragazze, due giovani, una un po' meno.
La più giovane è dotata di telefonino che usa abbondantemente ad ogni ora del giorno.
Lo usa anche per messaggini con l'amica che abita di fronte e con la quale può parlare anche dal terrazzo.
lo taccio facendomene una ragione: è giovane! L'ha appena comprato ed è ancora nel momento euforico dell'acquisto!
Passano i giorni ed il suono di un complesso inglese aleggia per casa fino a un fatidico mezzogiorno in cui i miei nervi cedono e intimo alla ragazza di spegnere quell'aggeggio almeno a tavola.
Sapete perché? Non tanto per il telefonino in sé, quanto per la banalità dei messaggi.
Sentite: "hai dormito stanotte?" - "non ho dormito" - "chissà cos'hai fatto".
Oppure: "com'è il tempo?" - "bello" - "beata te qui piove".
O ancora: "sono partita da Finale, tra poco arrivo" e dalla stazione di Loano, che dista da casa trecento metri altra telefonata "sono arrivata" e così via...ma quella che mi ha fatto crollare è stata la telefonata, all'ora di pranzo, dell'amica di Como che doveva partire da Genova col traghetto per andare in Sardegna.
Sul tavolo c'è la pastasciutta fumante, suona il solito motivetto del complesso inglese; è l'amica che chiede com'è il mare a Loano.
Sono sbottata buttando fuori tutta la sopportazione delle settimane precedenti.
Dì alla tua amica - le ho detto - che da Loano a Genova ci sono 75 km e il mare qui può essere calmo e a Genova burrascoso o viceversa.
Da quel giorno, almeno a tavola, siamo stati in pace.
Mese di settembre.
Mese dolcissimo. Il sole ha dei bagliori d'oro antico; la campagna, dopo l'aridità estiva, ritrova colori vivi e freschi; i greti dei torrenti dispiegano siepi di topinambur, astri e settembrine colorano i giardini; tolte le cabine il mare si mostra in tutta la sua grandiosità e sembra respirare insieme alla terra.
Colma di queste bellezze parto per Porto Maurizio.
Vado a vedere una mostra collettiva di pittura; alcuni pittori li conosco. Già mi pregusto il viaggio; troverò un posto vicino al finestrino, guarderò il paesaggio, forse mi verrà anche l'ispirazione per una poesia!
Salgo sul treno, trovo il posto accanto al finestrino vicino ad una signora bionda dall'aspetto gentile.
Suona il telefonino, risponde, chiama lei, la richiamano.
Dapprima non capisco il perché di tanto furore, poi, dalle sue parole, dalla conversazione, capisco che sta andando ad un funerale e si sta mettendo d'accordo con la parentela su orari, mezzi di trasporto per andare a Ventimiglia, per andare a prendere la zia anziana, per dirlo alla nonna che, poverina è vecchia, e potrebbe risentirne.
In poco tempo so moltissimo della famiglia; del morto niente, né il nome, né l'età, né di cosa è morto.
È veramente morto; i vivi invece si danno un gran daffare.
Il paesaggio l'ho guardato, ma come potevo gustarlo col sottofondo sonoro dell'organizzazione di un funerale?
Non parliamo poi di poesia! Anche la mostra mi delude un po'.
Ma come non uscire un po' delusi quando il tema della mostra è addirittura preso da S. Agostino: "Tardi ti ho amato bellezza antica e nuova"?
Solo alcune sculture in legno e qualche dipinto mi hanno fatto sentire la bellezza, altri mi sembrano banali e neanche tanto inerenti al tema.
Forse - vi dico - sono io che non capisco e pretendo troppo.
Fine settembre.
Devo andare ancora ad Oneglia.
Come la volta precedente mi preparo a guardare il mare, le colline, ad osservare i colori dell'autunno, a godere della quiete dopo la ressa estiva. Il vagone è quasi vuoto, trovo un buon posto, mi siedo.
Che succede?
Il giovanotto seduto qualche fila davanti a me e che mi sembrava straniero tiene tra le mani un telefonino, segno evidente che l'ha già usato, chiama.
È italianissimo e parla, lo capisco dal discorso, con un altro giovane.
È un susseguirsi di chiamate da parte sua agli amici e dagli amici a lui; deve averne moltissimi. Parlano dell'università di Genova, di amici comuni, di programmi, di alloggi, sono edotta sui prezzi degli appartamenti.
E’ un intercalare continuo di okey, okey, okey. Siamo quasi a Diano Marina e dice al telefono: "sto arrivando"; respiro di sollievo.
Da Diano Marina a Oneglia il percorso è breve ma potrò ancora godermi uno scorcio di viaggio. Illusione! Dietro di me un uomo - non vedo il suo viso - sta parlando al telefono di conti da pagare, di pratiche da evadere.
Credo sia un ragioniere impiegato in qualche ditta.
Pazienza...
non ho potuto gustare il paesaggio, non mi è venuta l’ispirazione per una poesia, mi è venuto solo lo spunto per raccontare queste esperienze. Arrivata ad Oneglia vado a trovare un Maestro. Questo era lo scopo del mio viaggio.
Entro nel suo studio che non conoscevo. E’ al tavolo da lavoro.
Silenzio, dipinti appesi ovunque, centinaia di libri di poesia, di pittura, d'arte, un tavolo coperto di attrezzi, di colori.
Il Maestro fa delle Xilografie con un antichissimo metodo giapponese, il Nishiki - E.
Non posso descrivere com'è questo metodo tanto è complesso; posso solo dire che per fare una xilografia deve incidere centinaia di tavolette di legno di ciliegio da fiore, preparare i colori con conchiglie, perle, lacche, oro, argento.
È un lavoro che può protrarsi per mesi per una sola opera.
Sono entrata in un regno di pace dove il Maestro, lavorando nel silenzio, ha il tempo di pensare ed applicare alla vita una antica saggezza. Un luogo dove il lavoro, la pazienza, la bellezza hanno ancora un significato profondo.
Quando arrivano gli amici - poiché la porta è sempre aperta - e si parla, la parola è misurata sul reale ma correlata a qualcosa che supera la quotidianità e diventa spazio, tempo umano, universale .
È comunicazione vera.
Ritorno a casa in treno.
Sta scendendo la sera, una dolce sera di autunno. Quieta, nel respiro del mare e del profilo dei monti.
Meraviglia!
C'è poca gente e non squilla nessun telefonino.
Ma è vero o forse sono io che non li ho sentiti persa com'ero nel ricordo della bellezza e della saggezza che un lontano popolo, attraverso il Maestro, mi ha comunicato?
Estratto dal libro
Finito di stampare
nel mese di settembre 2018 nella Tipolitografia Ciuni snc
Via Piave, 94-96 - Te!. 0182 543725
17031 Albenga (Sv)
per conto delle
EDIZIONI DEL DELFINO MORO
di Diego Delfino
Reg. Carenda lnf., 11 - Te!. 0182.52393 cell. + 39 377.1870553
I 7031 Albenga (Sv) www.edizionidelfinomoro.it
Stampa ricordo della poetessa Ōtomo No Sakanoue Iratsume
Xilografia policroma a 28 colori, 34 matrici, anno 1990
Tirature: 2 con colori e carte diverse
Tecniche impiegate in uso nel periodo EDO in Giappone:
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Nishiki-E |
Dipinti broccato, termine con il quale si prese ad indicare le xilografie policrome diffusesi a partire dal 1765 (incisioni su legno di pero o di ciliegio). |
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Bokashi |
Stampa a colori sfumati |
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Karazuri |
Stampa con parti realizzate con la sola pressione, senza colore, per ottenere il rilievo ed effetti tridimensionali. |
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Kindei |
Colore dato da polvere d’oro per coprire minime parti della superficie della stampa con motivi decorativi. |
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Kirazuri |
Stampa a mica consistente nell’applicare particelle di polvere di perla e mica al fine di ottenere effetto argentato e brillante. Per la stampa dell’oro e argento. |
Legno: Le incisioni per i contorni e per i cliché sono state eseguite su legno di ciliegio (Sakura)
Carta: Carta pregiata Giapponese
Misura delle stampe cm 20 x cm 30,5
Sigilli in cinabro cinese
Versi della poetessa Ōtomo no Sakanoue no Iratsume:
Qualche volta dici ”vengo” e non vieni.
Ora hai detto che non verrai, e non mi aspetterò che tu venga, dato che dici “non vengo”
NOTA: Pur così altisonante, il suo nome è sconosciuto ai più. Ecco perché Ligustro vuole ricordare Ōtomo no Sakanoue no Iratsume (695?-750?), una grande poetessa i cui waka furono compresi nella prima celebre antologia poetica del Giappone, il Man’yōshū o “Raccolta delle diecimila foglie”. Nella raccolta sono attribuibili a Iratsume ben 84 componimenti poetici, un terzo dei quali a tema amoroso.
Ligustro ha fatto presente questo detto ad una persona di Imperia che più volte aveva assicurato che sarebbe venuta a fargli visita, ma non si è mai vista.
Firma : Sigillo in basso a sinistra Ligustro
Nel Man'yōshū vi sono parecchie poesie scritte da donne e si può dire che ci sono stati ben pochi momenti, sia in oriente che in occidente, nei quali donne hanno partecipato in numero così elevato alla composizione di liriche. Alcune poetesse del Man'yōshū produssero dei capolavori. La cosiddetta “letteratura femminile” non balzò improvvisamente alla ribalta del successivo periodo Heian: già all’epoca del Man'yōshū le donne ebbero un ruolo determinante nello sviluppo della letteratura autoctona e fu solo dopo il XIII secolo, con la comparsa della classe militare al potere e del suo codice etico (nel quale in particolare il confucianesimo sottolineava la fondamentale disparità tra uomo e donna), che tale ruolo perse d'importanza e si dissolse.
Originariamente, la "femminilità" (taoyameburi) fu un ideale, ma più avanti, sotto l'influsso della cultura straniera, si pose molta più enfasi sulla "mascolinità" (masuraoburi). Kamo no Mabuchi (1697- 1769) scrisse della mascolinità del Man'yōshū, ma rimase anche affascinato dal contrasto con la natura essenzialmente femminile della società della corte di Heian. In verità questa duplicità era già presente nel periodo Nara, benché non ancora in pieno sviluppo. Il Man'yōshū è innanzitutto una collezione di poesie d'amore e le poetesse che vi compaiono contribuirono largamente al tema.
Tra le donne abbiamo già citato la principessa Nukata. Molte altre poesie sono opera della dama di corte Ōtomo no Sakanoue no lratsume (VIII secolo), zia di Ōtomo no Yakamochi sul quale ebbe una forte influenza. Essa scrisse di argomenti vari, tra cui descrizioni paesaggistiche e elegie, ma nella sua produzione parte preponderante hanno le raffinate poesie d'amore, ricche di sfumature indicative della psicologia di una donna innamorata. Per esempio, si rammarica che, mentre il suo amore è profondo, quello dell'amante si riduce a semplici parole (IV, 656), o confessa che non può fare a meno di pensare a un uomo anche dopo avergli detto che l'avrebbe cancellato dalla sua mente (IV, 657); implora l'amante di non badare alle parole di coloro che potrebbero separarli (IV, 660), o di colmarla di dolci espressioni mentre sono insieme dato che non possono vedersi spesso (IV, 661). Una delle sue poesie migliori ha come tema un amante che non mantiene le promesse :
kon to iu mo
konu toki aru o
koji to iu o
kon to wa mataji
koji to iu mono o
Ōtomo no Sakanoue no lratsume, Man'yōshū, IV, 527
(Talvolta dici “verrò” e poi non vieni, ora dici “non verrò”: perché dovrei aspettarmi che tu venga se mi dici che non verrai?)
Il Man’yōshū (Raccolta di diecimila foglie), la più vasta e antica collezione di liriche giapponesi giunta sino a noi, fu compilata molto probabilmente intorno alla seconda metà dell'VIII secolo. Non conosciamo i nomi dei compilatori, ma è certo che almeno Ōtomo no Yakamochi vi ebbe una parte preponderante. Si compone di circa 4500 poesie (di cui 4200 sono tanka, 260 chōka, e 60 sedōka) scritte tra la seconda metà del v secolo e la metà dell'VIII, anche se per la maggior parte dei poemi la data di composizione si deve collocare tra la seconda metà del VII e la prima metà dell'VIII. Per l'argomento le poesie rientrano in tre categorie: zōka (miscellanee), che trattano di cerimonie, viaggi, banchetti, leggende, ecc.; sōmonka (poesie d'amore), dove si parla dell'amore tra uomo e donna, e, in alcune anche dei sentimenti del poeta per i figli, o per fratelli e sorelle; e banka (elegie). Questa classificazione deve molto alle divisioni usate nella poesia cinese. I componimenti sono scritti in giapponese usando gli ideogrammi cinesi talvolta presi per il loro valore fonetico applicato alle sillabe giapponesi e talvolta per il loro significato, secondo il sistema da allora noto come man’yōsgana. (Il dibattito su come leggere alcune parole è ancora aperto…..)
Molte delle più antiche poesie del Man’yōshū furono scritte da imperatori, principi e principesse imperiali. Tra queste alcune, per il metro (che si distacca dalla cadenza 5-7-5-7-7) e per il contenuto, sono simili alle antiche ballate. Esempio tipico, ma raro, è il primo poema della raccolta, dovuto all'imperatore Yūryaku, “sulla "terra di Yamato". In genere, le opere che ci hanno lasciato imperatori e membri della famiglia imperiale verso la fine del VII secolo, all’epoca dei già citati disordini del 672 quando erano coinvolti nella lotta per il potere a corte, sono di tutt'altro tipo. Queste poesie erano l'espressione di una emotività tutta personale, stese secondo uno schema prefissato. Così, quando il fratello dell'imperatore Tenji, principe Ōama (il futuro imperatore Tenmu) un giorno avvicinò la principessa Nukata che era stata sua moglie prima di sposare Tenji - e agitò la lunga manica in saluto, la principessa compose alcune poesie……….
ligustro.italia(AT)gmail.com
Stampa Pesci Pesce Polpo - colore chiaro
Xilografia policroma a 40 colori (anno del cinghiale 1995)
Tirature: 2 con colori e carte diverse
Tecniche impiegate in uso nel periodo EDO in Giappone:
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Nishiki-E |
Dipinti broccato, termine con il quale si prese ad indicare le xilografie policrome diffusesi a partire dal 1765 (incisioni su legno di pero o di ciliegio). |
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Bokashi |
Stampa a colori sfumati |
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Gindei |
Impiego di polvere d’argento per dare rilievo a particolari finemente ricavati nella stampa. |
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Kirazuri |
Stampa a mica consistente nell’applicare particelle di polvere di perla e mica al fine di ottenere effetto argentato e brillante. |
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Sabi-Bori |
Metodo di incisione per ottenere nella stampa della calligrafia Giapponese l’effetto del pennello. |
Legno: Le incisioni per i contorni e per i clichées sono state eseguite su legno di ciliegio (Sakura)
Carta: Carte pregiate Giapponesi
Misura della stampa: cm 31 x cm 45
Scritta: a ricordo della leggenda di Urashima Taro: stampata sempre con tecnica Nishiki-e, sul lato destro
Ligustro immagina di chiedere al polpo:
hai visto la felicità di Urashima Taro, non le lacrime
Per sapere qualcosa delle credenze e dei sentimenti della gente comune che popolava il paese prima del periodo Nara possiamo ricorrere a due importanti fonti: fudoki e le cosiddette "antiche ballate".
I fudoki, scritti in prevalenza in cinese, furono compilati a partire dal 713 su ordine dell'autorità centrale. Sono la documentazione delle singole province del paese, con i nomi di ogni località, la loro origine, i dati di produzione, le caratteristiche del suolo e comprendono anche antiche storie. Molte di quest'ultime sono frammentarie, ma alcune includono la mitologia e i racconti popolari locali.
Gli unici fudoki giunti sino a noi in forma relativamente completa sono lo Hitachi fudoki, lo Harima fudoki e, in particolare, l’Izumo fudoki (compilati negli anni dal 715 al 733 circa)
Il titolo completo è, ad esempio, Hitachi no kuni fudoki (lett. "Note sulla terra e sui costumi della provincia di Hitachi"), ma per convenzione si citano i fudoki solo con il nome della provincia. Abbiamo così Hitachi fudoki, Izumo fudoki; ecc. (N.d.T.).
Le brevi sezioni rimasteci dello Hizen fudoki e del Bungo fudoki sembrano essere state scritte in un periodo da situarsi tra la stesura dello Harima e quella d dell'Izumo fudoki. Frammenti di altri fudoki, oggi perduti, ci sono stati trasmessi in quanto inclusi in testi diversi. Solo del compilatore dell'Izumo fudoki sappiamo che era nativo della stessa provincia, ed è probabilmente ciò che caratterizza il contenuto dell'opera. E già stato sottolineato come la marcata accentuazione sulle divinità di Izumo nell' Izumo fudoki è in stridente contrasto con l'importanza che il Kojitki e il Nihonshoki attribuiscono alle divinità di Yamato.
Credenze locali, diverse dai cosiddetti miti del Kojiki e del Nihonshoki, non trovarono una loro sistematizzazione nei fudoki, come dimostra il fatto che racconti in contraddizione tra di loro sono registrati nella stessa regione. Ad esempio, quello del kunibiki (cioè allargare la provincia come mezzo divino di "portare terra" a lzumo) e quello del kuniyuzuri ("cessione del paese") che compaiono ambedue nell'Izumo fudoki. Personaggio principale della prima storia è Yatsukamizuo no mikoto. Sostenendo che la provincia di lzumo era troppo piccola, tirò a sé con una corda altra terra da posti vicini e l'aggiunse a lzumo. Si fermò solo quando giudicò abbastanza vasta la provincia, dopo aver ripetuto l'operazione diverse volte. Tuttavia è il protagonista della seconda storia, Ōnamochi no mikoto (anche Ōnamuchi, poi Ōkuninushi) che è noto come "il grande dio creatore del mondo". Nella mitologia di lzumo non appare chiaro quale delle due divinità formò il paese. …………………………………
La già citata storia di Urashima, che compare nel Tango fudoki (un lavoro che ci è giunto solo per alcuni brani riportati nel vol. 12 dello Shaku Nihongi), è del tutto diversa.
NOTA: Nel testo il nome è talvolta reso con Urashima no ko, come compare nel Tango fudoki.
Molto tempo fa, viveva un giovane pescatore chiamato Urashima Taro. Un giorno, quando Taro tornò sulla costa dopo la pesca, vide un gruppo di bambini che maltrattavano una tartaruga. Preoccupato per la tartaruga, Taro disse ai bambini: “Sentite, ragazzi, non siate cattivi con la tartaruga, è ancora piccola. Se la lascerete stare, vi darò questi pesci. Così, Taro salvò la tartaruga dai bambini, dandogli in cambio i pesci che aveva preso quel giorno e disse alla tartaruga: “Adesso va tutto bene. Dovresti tornare in fretta a casa” e la portò in acqua. Diversi giorni dopo, mentre Taro stava pescando sulla sua barca, sentì una vice che diceva “Signor Taro, Signor Taro”.
Si girò e vide una grossa tartaruga accanto alla barca. ”Io sono la madre della tartaruga che hai salvato. Vorrei portarti nel Palazzo del Dio dei mari in cambio della tua gentilezza. Prego, sali sulla mia schiena” disse la tartaruga. ”Mi porterà al Palazzo del Dio dei Mari? Hmmm, sembra interessante”, disse Taro, salendo sul dorso della tartaruga. Così, la tartaruga scese sempre più giù nel mare. Discendendo, a un certo punto apparve un grande palazzo nel fondo del mare. Davanti al cancello, c’era una principessa circondata da tantissimi pesci. “Benvenuto, signor Taro. Grazie mille per aver salvato la nostra tartaruga. Prego, entra”, disse la bella principessa. Taro fu accompagnato in una grande stanza, dove fu festeggiato e intrattenuto dai balli delle creature marine. Così, Taro trascorse molti giorni. Era così piacevole, che non si curò dei giorni che rimaneva lì. Una notte, sognò il suo villaggio. Nel suo sogno, la madre stava lavando i vestiti e ciò gli fece venire nostalgia di casa. Taro, andò dalla principessa e disse: ” Sono stato qui per sette giorni. Credo che sia ora di tornare a casa. Grazie per la vostra ospitalità”. ”Vorrei che tu rimanessi qui per sempre. Ti prego, accetta questo scrigno come ricordo e fai attenzione a non aprirlo mai”, disse la principessa. Taro ringraziò per il regalo, e ritornò a casa in groppa alla tartaruga. Quando arrivò alla spiaggia, Taro si guardò intorno e capì che qualcosa era strana. Era la spiaggia del suo villaggio, non c’era dubbio, ma le strade e le case erano diverse. Rivolse la parola a un passante : “Mi scusi. Sono Urashima Taro. Sapete dove si trova la mia casa?”, ”Urashima Taro? Non conosco nessuno con quel nome. Ah, aspetta, credo di aver sentito di un giovane con un nome del genere che era entrato in mare cento anni fa, senza mai uscirne”, disse l’uomo. ”Mio Dio, i sette giorni spesi al Palazzo del Dio del Mare devono corrispondere a cento anni qui”, pensò Taro. Non sapeva più cosa fare. “Ah, si, aprirò questo scrigno”, disse a sé stesso, e aprì la scatola, dimenticando quello che aveva detto la principessa. Subito uscì del fumo bianco dalla scatola. Ricoperti dal fumo, i capelli e la barba di Taro diventarono di colpo grigi e lui divenne un uomo vecchio con la schiena a pezzi.
In questa storia si analizza la psicologia del protagonista e la struttura narrativa obbedisce a determinate regole. Inoltre, assistiamo all'incontro tra due mondi - quello umano quotidiano e quello delle profondità marine - che differiscono per il diverso valore attribuito allo scorrere del tempo. Siamo di fronte a un concetto astratto ed è proprio ciò che caratterizza la storia di Urashima e la differenzia dagli altri racconti popolari dei vari fudoki, rivelando una precisa influenza di leggende del continente.
Una venatura di taoismo si ritrova nel fatto che il paese sott'acqua è un'isola felice dove gli abitanti vivono a lungo senza invecchiare. Per di più l'idea base della storia di Urashima, cioè quella che un uomo mortale ritorni da una terra "incantata" per scoprire che al suo paese sono passati molti più anni, è già presente in racconti cinesi. Per esempio, in quello di Liu Chen e Yuan Zhao: questi vanno sul monte Tiantai in cerca di piante medicinali…………. È già stata sottolineata l'origine continentale della storia di Urashima e certamente colui che la riprese e la rielaborò deve essere stato un intellettuale. Il fudoki afferma che la storia appartiene al patrimonio regionale e che non differisce dalla narrazione di lyobe no Umakai, l'ex-governatore della provincia di Tanba.
Sigilli in cinabro cinese
Firma: Firma e sigillo a destra LIGUSTRO , in basso a sinistra sigillo ANNO DEL CINGHIALE, sigillo Ligustro augurale MOLTI COLORI, in alto a sinistra sigillo Ligustro MON AUGURALE GIORNO E NOTTE, in alto a destra sigillo Ligustro MON AUGURALE SCRIGNO CHIUSO
ligustro.italia(AT)gmail.com
Stampa Cascate 5 D'acqua fluente Alba
Libera interpretazione delle cascate Zen di Kyoto ed un’ altra copia della stampa è nel preziosissimo libro di Ligustro IL LIBRO DEI GIARDINI GIAPPONESI (CASCATE)
Xilografia policroma a 58 colori, anno 2001
Tirature: 4 con colori e carte diverse
Tecniche impiegate in uso nel periodo EDO in Giappone:
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Nishiki-E |
Dipinti broccato, termine con il quale si prese ad indicare le xilografie policrome diffusesi a partire dal 1765 (incisioni su legno di pero o di ciliegio). |
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Bokashi |
Stampa a colori sfumati |
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Karazuri |
Stampa con parti realizzate con la sola pressione, senza colore, per ottenere il rilievo ed effetti tridimensionali. |
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Kinpaku |
Impiego di foglia d’oro al fine di ricoprire superfici anche estese sulla stampa. |
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Kirazuri |
Stampa a mica consistente nell’applicare particelle di polvere di perla e mica al fine di ottenere effetto argentato e brillante. Per la stampa dell’oro e argento. |
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Sabi-Bori |
Metodo di incisione per ottenere nella stampa della calligrafia Giapponese l’effetto del pennello. |
Legno: Le incisioni per i contorni e per i cliché sono state eseguite su legno di ciliegio (Sakura)
Carta: Carta pregiata Giapponese
Misura della stampa: cm 31 x cm 46
Sigilli in cinabro cinese
Traduzione Versi poesia presa dal libro Kokinshū :
Kaze fukedo Seppure soffia il vento,
Tokoro mo saranu mai si disperde
shirakumo wa quella striscia di bianche nubi
Yo o hete otsuru è, ecco, l’acqua che scende
mizu ni te arikeru perpetua attraverso le generazioni
Firma : Sigillo in basso a destra LIGUSTRO BERIO, Sigilli in basso a sinistra RIGU LIGUSTRO, ZE-CO RICERCATORE DI ARCOBALENI LIGUSTRO
L'estetica del Kokinshū estratto
Il valore del IX secolo come momento di rottura appare evidente nel campo dello waka, la cui responsabilità nella trasformazione della percezione estetica è più facilmente comprensibile se si mettono a confronto due antologie di waka, il Man’yōshū e il Kokinshū (o Kokinwakashū, Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne). Il Man’yōshū è una raccolta privata le cui poesie furono scritte in massima parte tra la fine del VII e la prima metà dell'VIII secolo (il componimento più tardo porta la data del 759), mentre quelle del Kokinshū (compilato nel 905 su ordine imperiale) sono quasi tutte del IX secolo. La comparsa, circa un secolo dopo il Man’yōshū, della prima antologia imperiale di waka, appunto il Kokinshū, sta a dimostrare che nel frattempo la poesia in giapponese aveva acquisito una sua legittimità nella letteratura "ufficiale". Quest'idea della "letteratura ufficiale" era di derivazione cinese e spiega perché le prime antologie comprendevano solo composizioni in quella lingua. Persino gli esami per accedere alla carriera burocratica servivano a controllare la capacità di scrivere in cinese e non l'abilità ad esprimersi nella lingua natia. Con questo non si vuole affatto sostenere che dopo il IX secolo la componente cinese non facesse più parte dell'educazione degli intellettuali, ma è certo che il riconoscimento dato allo waka aprì nuovi orizzonti, fatto tangibile nelle due introduzioni al Kokinshū (una in cinese di Ki no Yoshimochi e una in giapponese di Ki no Tsurayuki) nelle quali è detto in modo esplicito che è lo waka, e non il poema in cinese scritto da un giapponese, la vera controparte della poesia shi così onorata in Cina. E forse non è stata una fortuita coincidenza che questa idea fu accettata nel corso della compilazione del Kokinshū, proprio nel momento in cui vennero interrotte le ambascerie alla Cina dei Tang.
A differenza del Man’yōshū, è molto probabile che alcuni poemi del Kokinshū fossero il risultato di utaawase. Gli utaawase, che ebbero inizio proprio in questo periodo, erano gare di waka durante le quali i poeti componevano su un tema prestabilito: le poesie venivano poi messe a confronto e giudicate per scegliere la migliore. Queste competizioni divennero parte integrante della successiva cultura aristocratica e rappresentano la definitiva integrazione dello waka nella cultura giapponese. Il giudizio sulla perfezione di uno waka, al di là del gusto personale del giudice di turno, si basava anche su certi criteri oggettivi e quindi la popolarità degli utaawase portò a un notevole sviluppo dei karon, i trattati teorici sullo waka. A questo proposito è già stato menzionato il Bunkyōhifuron di Kūkai. Stando a fonti più tarde (come il Toshiyori zuinō di Minamoto no Toshiyori dell'inizio del XII secolo), molti altri karon, come il Kisenshiki, sono anteriori al Kokinshū. Per tutto il periodo Heian non venne scritta una sola opera teorica sul monogatari: i numerosi karon stanno quindi a testimoniare la preminenza assunta dallo waka nei confronti dei monogatari.
Uno dei contrasti più evidenti tra il Man’yōshū e il Kokinshū sta nell'estrazione sociale dei poeti. Nel primo vi sono poesie di imperatori e di contadini delle province orientali, di aristocratici e di coscritti (i sakimori). Tra i poeti più rappresentativi della metà del VII secolo troviamo molti aristocratici, nel tardo VII secolo aristocratici e poeti laureati, e nell'VIII secolo numerosi intellettuali e anonimi di ogni condizione. Nel Kokinshū (che comprende 1100 poesie), circa un terzo dei poemi sono di autore sconosciuto, ma a giudicare dal contenuto espresso e dal vocabolario usato ben pochi appartenevano alla provincia. A differenza del mondo del Man’yōshū, quello del Kokinshū era un microcosmo riservato all'aristocrazia di corte e di questi poeti si possono evidenziare alcune caratteristiche. Delle 1100 poesie solo 15 sono opere di membri della famiglia imperiale (un imperatore, un'imperatrice e sei principi - otto in tutto), mentre gli autori identificati del Kokinshū assommano a 127. Inoltre, tra i poeti sono pochi i nobili di alto rango, gli altri appartengono alla piccola aristocrazia oppure sono monaci buddhisti o dame di corte. Rimane da sottolineare che tutti e quattro i compilatori del Kokinshū - Ki no Tsurayuki, Ōshikōchi no Mitsune, Ki no Tomonori e Mibu no Tadamine - che insieme forniscono circa un quinto del totale dei poemi, erano nobili di basso rango. Ki no Tsurayuki non andò mai oltre il quinto rango e pure Ki no Tomonori aveva lo stesso grado quando attese alla compilazione del Kokinshū. I dati biografici sugli altri due sono scarsi, ma stando alla prefazione in giapponese erano dei piccoli burocrati: nessuno di loro raggiunse mai il grado di Ōtomo no Yakamochi, che ebbe parte così importante nella compilazione del Man’yōshū.
L'organizzazione del Kokinshū fu senza dubbio alcuno il lavoro di intellettuali del tipo di Ki no Tsurayuki. Anche la letteratura Heian più tarda, sia in poesia che in prosa, fu opera di persone colte della bassa aristocrazia, uomini e donne, abbastanza vicine al centro del "potere da poter descrivere e commentare di prima mano la vita di corte, e allo stesso tempo quel tanto distanti da non rimanere invischiate nelle lotte per la supremazia.
Il successo dello waka come forma poetica indipendente e come anello di raccordo fra i vari gradi dell'aristocrazia di corte è senza dubbio legato al suo essere autoctono e alla sua forma linguistica unitaria. La lingua giapponese era stata presentata nel Man’yōshū unicamente con ideogrammi cinesi, nel Kokinshū invece compare in kana, anche se frammista a ideogrammi, ed è evidente che ciò facilitava di molto la lettura. Inoltre, nel Man’yōshū troviamo tanka, chōka e sedōka, ma tra le 1100 poesie del Kokinshū ci sono soltanto dieci tra chōka e sedōka. Le successive antologie imperiali (chokusenshū) anche in ciò non seguirono più il Man’yōshū ma il Kokinshū. Il tanka è molto più facile del chōka sia nella stesura che nell'improvvisazione, e una volta adottato come forma poetica preferita nel IX secolo e diffuso grazie al fatto di essere scritto in giapponese, favorì il proliferare di utaawase tra l'aristocrazia Heian e codificò lo scambio di poesie d'amore.
La base ideologica del fare poesia, in particolare il suo rapporto con il buddhismo, non cambiò in modo rilevante nel periodo del Kokinshū. Il pensiero buddhista dell'VIII secolo, il periodo che aveva visto la formazione dei monasteri di stato (kokubunji) e la cerimonia dell'apertura degli occhi del grande Buddha (Daibutsu) del Todaiji a Nara, non aveva lasciato tracce rilevanti nel Man’yōshū. Anche nella poesia del Kokinshū non troviamo segnali della preoccupazione buddhista per l'aldilà e non vi è alcuna presenza della cosiddetta "contemplazione del vuoto" propugnata da Kukai e elaborata dai monaci dello Hieizan, con un'unica eccezione:………………………….
Poesie del genere, rare nel Man’yōshū, sono invece tipiche del Kokinshū, la cui estetica dava molta importanza alle descrizioni della natura come poesie d’amore, in ciò ovviamente divergendo da quella del Man’yōshū. Il ben noto “sentimento per le stagioni” dei giapponesi (e il tema verrà poi ripreso e codificato nello haiku), ha molto probabilmente qui la sua origine, così come ciò che passa per “l’amore del giapponesi per la natura”.
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